Il fibrinogeno è una sostanza che interviene durante il processo di coagulazione del sangue e viene sintetizzato dal fegato.
I livelli di fibrinogeno nel sangue s’innalzano in tutti gli stati infiammatori, in gravidanza, nelle ustioni, in presenza di linfomi, nelle nefrosi e in seguito all’impiego dei contraccettivi. Si abbassa, invece per eccessivo consumo, in caso di insufficienza epatica e di coagulazione intravascolare disseminata (CID), dovuta a cause diverse.
Le alterazioni della coagulazione del sangue assumono un ruolo rilevante tra i fattori di rischio della sofferenza coronarica. Ed è proprio il fibrinogeno l’elemento sotto accusa, perché va ad aumentare la viscosità plasmatica e favorisce l’aggregazione delle piastrine. Un aumento del fibrinogeno risulterebbe quindi associato a aumentato rischio di infarto e ictus.
E’ una sostanza che è in parte modulata da fattori genetici e può quindi aumentare in menopausa, nel diabete e nei fumatori.
I valori normali vanno da 200 a 400 mg/dl.
Aumentati livelli nel sangue di fibrinogeno possono essere riscontrati nelle fasi acute dell’aterosclerosi, in quanto conseguente alla risposta infiammatoria. In tal senso, si ritiene che il dosaggio del fibrinogeno possa fornire informazioni aggiuntive per trattare in maniera più aggressiva quei soggetti che presentino altri importanti fattori di rischio modificabili dalla terapia (come il colesterolo totale e quello LDL).
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